Il fascino dell'inglese nella scelta dei marchi


Se andassi da un cliente a proporgli un brand del tipo Finestre per un sistema operativo, piuttosto che Annuario.com per una attività in rete, probabilmente sarei licenziato in tronco.



Eppure se uno pensa alla traduzione letterale di molti dei principali marchi ne escono dei nomi che in Italia sarebbero veramente poco credibili:


Apple = Mela

Windows 7 = Finestre 7

Office = Ufficio

Facebook = Annuario

Twitter = Cinguettio 

Oracle = Oracolo

Amazon = Amazzone

Word = Parola

Adobe = Mattone di carta

YouTube = TuaTelevisione

MySpaces = I miei spazi 


Fox = Volpe

Sky = Cielo

Photoshop = negozio di fotografia

email = eposta

Explorer = Esploratore



(c'è da dire che sono nomi tipici dei geek americani: non sono belli, ma sono molto pratici!)


A stupire non è solo il fatto che abbiamo successo in quanto a notorietà, ma è anche curioso pensare che siano considerati molto cool. Un po' come il successo delle canzoni in inglese: il 99% delle persone non ha neanche idea di quello che significano o dicono, ma piace la sonorità nel suo insieme.


Eppure in Francia, nemmeno in Spagna e LatinoAmerica non è così. Di base credo ci sia un reticenza dell'Italiano medio ad essere fiero del suo paese. Non so dire se è un postumo dell'antifascismo (e quindi antinazionalismo) o se forse, più probabilmente, vada ricercato nella storia dell'Italia dai mille comuni. Fatto sta che abbiamo quasi paura ad affermare la nostra identità nazionale, la nostra lingua, a fare un sistema paese. E tutto questo nonostante il Latino sia la lingua madre nel mondo occidentale e nonostante la storia di Roma.


Alla fine aveva ragione Albertone.