Caro @lucadebiase, giornali on line a pagamento? io non ci credo

Vorrei indirizzare queste due righe al bravissimo Luca De Biase, sul cui blog leggo spesso disperati articoli sul modello di business per l'editoria online. Dico disperati perché, più o meno velatamente, mi sembra che anche Luca lasci trasparire un certo terrore che i giornalisti soffrono, soprattutto quelli che sul e nel web hanno costruito la propria fama: di non riuscire a dimostrare che anche l'editoria elettronica rende.

Luca non è certo l'unico ed infatti l'occasione per parlarne nasce a seguito dell'articolo di Marco Pratellesi sul Corriere, Siamo disposti a pagare per le news online?

Io credo di no. 

Le ragioni che mi spingono ad essere assolutamente scettico sono tante e molto differenti tra loro.

L'editoria così come la conosciamo oggi è un modello di business vecchio centinaia di anni: una redazione che scrive e dei lettori che pagano per leggere gli articoli. Il Web, al contrario, è un contesto assolutamente nuovo: cambia il pubblico, cambiano i tempi, come cambia completamente la modalità di fruizione del contenuto (user experience). Pensare di replicare un modello di business vecchio, in uno scenario nuovo, può rivelarsi fatale.

Non bisogna essere geni dell'economia per dimostrarlo, basta guardarsi indietro e analizzare la storia della televisione. 

Nel 1954 la Rai incominciò le sue trasmissioni. Era una TV pubblica, cui i cittadini pagavano il canone perché considerato di pubblica utilità. Attenzione, non è banale: era un servizio non autosufficiente, ma la società lo riteneva così utile da pagare per averlo, ovvero gli spettatori pagavano gli autori. Era il classico modello editoriale. E sembrava non poter essere diversamente perché, un po' come l'Internet di oggi, era assolutamente antieconomico produrre e diffondere contenuti, tanto che i primi editori privati di un certo spessore, arrivarono circa 20 anni dopo. 

In altri termini  quindi, ci vollero 20 anni dalla prima trasmissione perché si creasse uno scenario sociale ed economico in grado di permettere agli editori di vendere la pubblicità e quindi offrire il servizio gratuitamente ai telespettatori. Insomma, ci vollero 20 anni per pensare e realizzare un modello di business sostenibile. Peraltro il modello televisivo ha molti meno attori in gioco rispetto al web e soprattutto nell'arco degli ultimi 50 anni è cambiato molto poco; il web al contrario negli ultimi 10 anni (su 15 di maturità!) ha cambiato pelle, ed equilibri, più volte.

Quindi credo che dobbiamo dare tempo al tempo e che sia forse presto per aspettarsi una soluzione.  

Non dimentichiamo inoltre di vivere in un periodo storico che vede la stampa nel suo insieme essere in crisi. I giornali di oggi vendono solo tramite gli allegati, lo sanno bene gli addetti ai lavori: chi compra Panorama o l'Espresso ormai compra un film che in regalo ti da il giornale e non certo il contrario! Se poi ci aggiungi che leggere un giornale cartaceo, tenerlo in mano, magari al bar, ha un ché di mitico e tradizionale al tempo stesso, come si può pensare che un lettore sia disposto a pagare online, quello che non è disposto a pagare offline?

Il concetto della user experience è qualcosa che i miei amici editori dovrebbero tenere molto più a mente, sotto tanti punti di vista. La Apple ha insegnato al mondo intero che il web può essere amico della musica, perché ha costruito una experience complessiva appagante e vantaggiosa per l'utente. La musica gratis si trova online oggi come si trovata anni fa, eppure iTunes vende miliardi di canzoni.

L'utente è disposto a pagare quando riconosce nelle cose un certo valore: secondo me quindi il valore, vuoi per l'esperienza legata alla fruizione del contenuto, vuoi per i contenuti stessi, oggi non è così evidente. Ma soprattutto non lo è perché sul web è tutto diverso: è più attendibile una nota politica di Franco sul Corriere o un articolo irriverente su Dagospia? Bella domanda… Quello che offline è infungibile, online è velocemente sostituibile.

Criticare è facile, lo ammetto; mi azzardo allora sull'infido terreno delle previsioni, ma lo faccio in maniera molto sintetica:

a. a tendere è il modello endemol a funzionare. Ovvero produttori di contenuti verticali da un lato, distributori/aggregatori di contenuti dall'altro.

b. miglioramento dell'efficenza dell'ADV online darà respiro ai grandi editori

c. si potranno costruire revenues se basate sui servizi, non solo sui contenuti

In particolare la chiave di volta è sull'ultimo punto. Credo infatti che il valore per l'utente sarà molto più evidente quando iniziamo a ragionare su device innovativi (forse l'ipad) in grado di regalare all'utente una chiara percezione del valore di quello che compra (sempre che questo valore sia ritenuto congruo dall'utente: 45 euro l'anno per abbonarsi al Corriere per iphone mi sembra una follia!).