il Giappone e l'angoscia collettiva di una vita troppo virtuale

In un primo tempo avevo scritto come il Giappone avesse resistito egregiamente ad un evento terrificante come quello che l'ha colpito. Ed effettivamente da un certo punto di vista è ancora così: il sisma era 30k volte più forte dell'Aquila, ma sappiamo che non è stato quello a provocare problemi più importanti.

Tuttavia ora le immagini ci raccontano un paese diverso, un paese in ginocchio; non raso al suolo, ma in ginocchio. E girano on line le note teorie di Bendandi sul terremoto di Roma, che tra l'altro si sposa perfettamente con quella dei Maya, sia come logica che come tempi. 

Pensavo di essere il solo colpito così tanto dal Giappone, eppure parlando con amici e colleghi mi sono accorto di una angoscia collettiva che aleggia in tutti noi. Paura di cosa mi chiedo io. Non credo che la paura vera sia quella del terremoto in se, evento purtroppo da sempre vicino a tutti noi e di fatto imprevedibile, quanto invece vedere il grande Giappone in ginocchio, perché forse il Giappone è una delle migliori espressioni della nostra civiltà. 

In altri termini più andiamo avanti e più la nostra civiltà diventa complessa e quindi allo tesso tempo forte e fragile: forte perché in grado di resistere a sfide impressionanti; debole perché con dei punti deboli incredibili.

Immaginiamo per un minuto, improvvisamente, di non avere più la corrente elettrica. Cosa succederebbe? Quanti di noi sarebbero in grado di sopravvivere senza... supermercati?! Quanti di noi sono in grado ancora di svolgere lavori manuali? Sempre meno! 

Oppure mi chiedo in un mondo del genere, quello che oggi ci da sicurezza (i famosi e tanto sudati risparmi in banca) quanto conterebbe? Niente, tutto svanito nel nulla! 

Saremmo in grado di ricostruire? Non lo so; non in tempi rapidi. Questo perché la conoscenza è ormai un bene collettivo e fondato sulla rete. Una volta esisteva l'ingegnere che aveva una visione abbastanza completa di sistemi abbastanza complessi; oggi esiste l'ingegnere che ha una visione chiara di una specifica parte di un sistema molto complesso progettato con un computer.

Tutto questo ragionamento per dire che alla velocità della luce abbiamo iniziato a dipendere talmente tanto dalla rete e dai computer e che senza di essi la nostra civiltà non credo sarebbe in grado velocemente di rimetterei in marcia.